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21 gennaio 2014 2 21 /01 /gennaio /2014 23:51

Come è noto l'art. 2051 del codice civile (nel seguito "c.c.") prevede una ipotesi di responsabilità aggravata, intesa come quel tipo di responsabilità che prevede la possibilità per il danneggiante di rimanere esente da addebiti solo se fornisce una prova estremamente rigorosa e complessa.

L'istituto si differenzia da quello della responsabilità oggettiva, dove, invece, la responsabilità del danneggiante è presunta per legge, senza la possibilità di fornire la prova contraria (ex art. 2049 c.c. in tema di responsabilità dei padroni e dei committenti).

In particolare, l'art. 2051 delinea la disciplina della responsabilità civile extracontrattuale per il "danno cagionato da cose in custodia", prescrivendo che "ciascuno è responsabile del danno delle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito".

I presupposti della responsabilità per danni sono: a) la derivazione del danno dalla cosa e b) la custodia della stessa.

Sul punto occorre fin da ora ricordare che la giurisprudenza e la dottrina sono ormai concordi nell'escludere che la cosa debba avere il requisito della pericolosità; in particolare è noto che "anche le cose normalmente innocue possano essere fonti di danno. - omisis - Ciò che importa è piuttosto che il danno derivi dalla cosa, sia cioè esplicazione della sua concreta potenzialità dannosa o, secondo la definizione giurisprudenziale, la sua idoneità al nocumento, intesa come idoneità a produrre lesioni a persone o cose per una sua connaturale forza dinamica o per l'effetto di concause umane o naturali" (cfr. M. Bianca, La Responsabilità, in Trattato di Diritto Civile di G. Bianca, Vol. V, Milano, 1994, pag. 714).

Tra tali "cose", possiamo trovare, dunque, anche oggetti inerti quali, appunto, alberi, cataste di materiali, dighe, canali, reti idriche, impianti fognanti, strade, nonché edifici.

La formulazione scarna ed estremamente generica di tale articolo fa sì che la suddetta disciplina possa trovare applicazione in molteplici situazioni concrete, quali, per l'appunto, il caso del danno cagionato dalla insidia stradale (si veda sul punto si veda soprattutto Cass. Civ. 27 gennaio 1988, n. 723, in tema di responsabilità per la custodia delle strade a cui è tenuto il Comune per la rete viaria di sua competenza).

In quest'ultimo caso è l'ente (pubblico o meno) a cui è affidata la gestione della strada in questione ad essere gravato dell'onere della custodia della stessa e, quindi, di rispondere dei danni cagionati a coloro i quali transitano sulla via interessata dalla suddetta insidia.

Come prima dicevo, l'art. 2051 c.c. prevede una responsabilità aggravata; ciò a dire che l'ente gestore in questione sarebbe gravato da un pesante onere della prova per sottrarsi al dovere di risarcire il danno cagionato a chi quella specifica utilizza.

In particolare, il soggetto tenuto alla custodia (e alla manutenzione) della strada dovrebbe provare il caso fortuito, cioè la totale imprevedibilità ed inevitabilità del danno (sul punto cfr. AA.VV. Manuale pratico della liquidazione del danno, a cura di (S, Merz), Padova, 2004, pagg. 176 e ss.) .

La rigidità della suddetta norma e la necessità di porre un freno all'eccesso di domande di risarcimento danni (spesso ingiustificate) verso enti pubblici minori, quali i Comuni, ha indotto la giurisprudenza ad intervenire sulla interpretazione dell'art. 2051 c.c., per meglio specificarne gli ambiti di applicazione nel caso della responsabilità per danno da insidia stradale.

In particolare, la giurisprudenza ha previsto che al fine di individuare una responsabilità extracontrattuale dell'ente gestore, non si può prescindere dalla condotta tenuta dal danneggiato nel transitare sulla strada soggetta alla custodia del suddetto ente.

Per questa via, le corti di legittimità e di merito hanno stabilita alcuni criteri (caso per caso) a fronte dei quali il comportamento imperito o imprudente o non diligente del danneggiato può escludere la responsabilità dell'ente nel cagionare il danno subito.

E' questo il ragionamento che sta alla base della sentenza della Corte di Cassazione 22 ottobre 2013 n. 23919.

Nel caso in parola, il signor D.G.R. conveniva dinnanzi al Tribunale di Roma il Comune della stessa città per sentire condannare l'Amministrazione al risarcimento del danno da lui subito;

egli, infatti, mentre transitava sulla pubblica via alla guida del suo motorino assumeva, di essere caduto a causa di una buca posta sulla strada la quale non era visibile perché coperta da un foglio di giornale.

Dopo una prima vittoria in primo grado, la Corte di Appello di Roma riformava la sentenza del Giudice di prime cure, assumendo (tra l'altro) che detta buca sulla strada, nel caso di specie, non poteva dirsi imprevedibile e, dunque, non si poteva parlare di insidia stradale.

Alla base di tale decisione vi era il fatto che il D.G.R. era solito utilizzare quella pubblica via per attraversare la città e, quindi. conosceva molto bene lo stato in cui versava quel tratto di carreggiata; ciò a dire (perlomeno, lo si crede) che egli, nel percorrere quella specifica via, non aveva tenuto un comportamento prudente; avrebbe, invece, dovuto approcciare quella strada con una maggiore attenzione e prudenza.

Tale decisione veniva posta al vaglio della Corte di Cassazione, la quale confermava la decisione del Giudice della impugnazione, sentenziando che "in tema di danno da insidia stradale, la concreta possibilità per l’utente danneggiato di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la situazione di pericolo occulto vale ad escludere la configurabilità dell’insidia e della conseguente responsabilità della P.A. per difetto di manutenzione della strada pubblica, dato che quanto più la situazione di pericolo è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione di normali cautele da parte del danneggiato, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, sino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso"

Tale principio è stato ribadito più volte dalla Suprema Corte anche in epoca recente; si veda, su tutte, Cass. Civ. 16 maggio 2013, n. 11946.

Da ultimo gli Ermellini precisano che, nel caso in esame era lo stesso signor D.G.R. a dichiarare (al momento del sinistro) che la buca nella quale egli era incappato era un ostacolo prevedibile; lo stesso facevano sia i Vigili Urbani accorsi sul posto, sia il testimone, signor F.; dunque, nel caso in esame la dichiarazione resa inizialmente dall'attore faceva propendere per la prevedibilità dell'ostacolo.

A questo punto gravava sullo stesso attore l'onere di provare nel processo che la buca in questione rappresentava un ostacolo non visibile nè prevedibile (principio già affermato in Cass. Civ. 26 aprile 2013, n. 10096). Detto onere, però, secondo i Giudici della Suprema Corte non veniva adempiuto.

In conclusione, (a parere di chi scrive) la sentenza in commento altro non fa che ribadire il principio secondo il quale se il danneggiato partecipa a causare il danno da lui subito a causa di un suo comportamento non diligente, imprudente o imperito, la responsabilità del custode è vista con minore intensità,

In particolare, se il danno era concretamente prevedibile o, comunque, evitabile dall'utente della strada con l'utilizzo della normale diligenza, allora quello specifico difetto del manto stradale che ha cagionato il danno non potrà essere considerato come "insidia" e, quindi, non si potrà additare quale responsabile dello stesso in via esclusiva il soggetto titolare dell'onere di custodia.

Dunque, nella specie, il Comune di Roma è andato esente da ogni addebito in quanto la responsabilità derivante dall'obbligo di custodire e manutenere la pubblica via è stata esclusa in ragione della condotta imprudente del danneggiato.

Boffalora sopra Ticino (Milano), 25 gennaio 2014

avv. Giuseppe Paolo Raimondi

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Published by BeppeDr82 - in Circolazione stradale
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