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1 gennaio 2011 6 01 /01 /gennaio /2011 14:31

Come ormai tutti saprete il nostro paese ha preso un impegno internazionale per il quale si deve inviare sul suolo afghano un numero determinato di unità militari al fine di pacificare un territorio pericolosamente tenuto sotto scacco da alcune bande di guerriglieri definiti come estremisti islamici e terroristi.

La caratteristica principale di questa missione è quella di portare un aiuto concreto alle popolazioni civili che vivono in qull'area, nonché di veicolare il passaggio politico/sociale da stato teocratico a stato democratico o "moderno", che dir si voglia.

Non vale la pena in questa sede dilungarsi sul passato del paese arabo, che da una sociatà autarchica, ma moderna e tendente alla apertura dei propri confini, è stato trasformato prima in una dittatura filo-comunista, poi dal 1992 in una repubblica islamica, nel 1996 in una teocrazia talebana ed infine in una zona di guerra, proprio da quei paesi che avevano ispirato le riforme laico-socialiste del 1927.

Non vale nemmeno la pena soffermarsi sullo stato della missione di Pace oggi, che vede poche ed insufficienti vittorie delle forze ONU in un territorio governato ancora da piccoli signori della guerra e trafficanti di oppio e dove il potere del presidente eletto Karzai, anch'egli fratello di uno dei maggiori produttori di oppio della zona, è riconosciuto solo a Kabul.

In questo inizio dell'anno 2011 ci si deve soffermare sullo stato delle nostre truppe in quel paese dimenticato da tutti e sulla qualità del servizio reso alla popolazione.

Come sapete il 31.12.2010 Matteo Miotto, caporalmaggiore del 7° reggimento degli Alpini di Belluno, cadeva a causa di un cecchino, per quello che è dato sapersi dalle ANSA finora giunte dai media, il 35 soldato italiano morto in Afghanistan dal 2004 ad oggi.

Il reparto del soldato veneto scomparso ieri occupa, come la maggior parte delle forze italiane in loco, una posizione specifica ad ovest del paese, coprendo un territorio pari a circa l'estensione del nord Italia.

Il contributo italiano, che non è mai venuto meno in questi ultimi anni, è uno dei più consistenti, basti pensare che nell'agosto 2009 eravamo già il quarto paese più attivo in termini di impegno militare sul suolo afghano, dopo, nell'ordine, Stati Uniti, Inghilterra e Germania.

A detta della popolazione locale, poi, i nostri ragazzi si sono spesso attivati per mantenere dei contatti anche di lungo periodo, ove possibile, con la popolazione autoctona, aumentando la fiducia dei civili nei confronti dell'autorità militare straniera. E' infatti noto che, al di fuori di Kabul, il Governo eletto e le sue istituzioni, faticano a trovare il consenso della popolazione civile, la cui cultura e le cui abitudini sono ancora troppo distanti da quelle di chi vive nelle poche città e percepisce la presenza di una macchina istituzionale adeguata e soprattutto efficace.

In quest'ottica la morte del caporalmaggiore Miotto getta lo sconforto in noi italiani, ma sicuramente non intacca il valore ed il coraggio di questi uomini, che tutti i giorni con coraggio affrontano una situazione di grave instabilità e di grave fermento sociale, riuscendo, con piccole e grandi azioni soprattutto umane, a portare un pò di sollievo a chi ha subito una guerra iniziata in maniera scriteriata e gestita in modo peggiore.

L'opinione degli italiani in patria sulla ragionevolezza o meno dell'intervento ONU e soprattutto americano in Medio Oriente è decisamente eloquente, più di quanto possano essere le mie parole.

Secondo fonti IPSOS si stima che ben più del 60% degli italiani non considerino fondata la decisione degli americani di scendere in guerra nel 2001 e che l nostre forze militari laggiù dovrebbero fare ritorno in patria.

Al di là delle polemiche per la scomparsa del giovane Miotto, come dei suoi 34 colleghi negli anni passati, va riconosciuto alle milizie italiane sul posto almeno due grossi meriti:

1) l'aver fornito alla popolazione degli aiuti anche in termini di ricostruzione delle infrastrutture presenti sul territorio;

2) aver contribuito a tenere vivi e continuativi contatti con la popolazione locale.

Tali semplici traguardi, dichiarati incredibili dai rappresentanti delle forze alleate, hanno generato molta più fiducia nella popolazione locale nei confronti delle missioni di pace internazionali, permettendo ai cittadini afghani di toccare con mano la disponibilità e l'umanità dimostrata dalle nostre truppe.

Come è gia accaduto lo scorso 9 ottobre, con la morte dei 4 alpini del medesimo 7° reggimento di Belluno, giornali e media si confronteranno con il solito tono polemico sulla necessità di rimanere in quei territori o sulla possibilità di avviare un ritiro anticipato, come già fece la Spagna.

Probabilmente assisteremo a salotti para-politici, con i soliti esperti di strategia militare, politicanti, giornalisti, tecnici che si confronteranno aspramente fino a disgustare il proprio pubblico con espressioni forti e, a mio avviso, inopportune, quali "terrorista", "guerrafondaio", "vigliacco" ecc.

La mia opinione è che per ora, come italiani, abbiamo il dovere di onorare il sacrificio dell'ennesimo combattente, che per pochi soldi in più si è dedicato a portare un po' di aiuto ad un popolo che veramente ne ha bisogno e che con il suo lavoro ha contribuito a rendere migliore la difficile vita della popolazione afghana.

Grazie ragazzi.....grazie Matteo. 

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Published by BeppeDr82
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