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20 dicembre 2014 6 20 /12 /dicembre /2014 16:12

La famiglia di fatto, o convivenza more uxorio viene generalmente intesa come una convivenza caratterizzata da connotati di stabilità e durevolezza tra due partners, non rilevando necessariamente la presenza o meno di figli.

Essa rappresenta una unione qualificata (e non più atipica) dove si sviluppano relazioni di affetto, convivenza, sostegno economico e morale che si modella sul legame che lega i coniugi durante il matrimonio.

I problemi più rilevanti di tale formazione sociale, in realtà, si manifestano nel momento in cui tale legame entra in crisi, ossia nel momento della rottura del rapporto o di separazione della coppia.

A differenza della famiglia legittima, che non può sciogliersi legittimamente senza l'’intervento di una procedura tipica, giurisdizionale o meno, chiamata "separazione dei coniugi", la famiglia di fatto può cessare di esistere semplicemente per volontà di entrambi i conviventi o di uno solo di essi, e il Giudice interverrà, obbligatoriamente, solo quando si dovranno assumere decisioni nell’'esclusivo interesse della prole ex art. 337 bis e ss.-

Molteplici sono le difficoltà che interessano la copia nel momento della rottura della unione; una di queste è sicuramente costituita dalla ricerca del regime giuridico applicabile ai rapporti patrimoniali maturati tra i conviventi durante la vigenza del'unione.

Le problematiche in questione sono state affrontate con maggior vigore dalla dottrina, mentre la giurisprudenza ha assunto un atteggiamento più prudente e rigoroso riguardo la questione del regime giuridico applicabile alla cd "famiglia di fatto". (Sul punto si deve ricordare che molti degli indirizzi dati dai Giudici nazionali hanno recentemente trovato conferma nella recente novella di cui alla L. 10 dicembre 2012 n. 219 e al successivo D.lgs. 28 dicembre 2013 n. 154, sul tema della responsabilità genitoriale nella convivenza more uxorio, oggi di fatto parificata a quella dei genitori sposati, mentre nulla - o quasi - si è stabilito sul tema del regime patrimoniale delle convivenze more uxorio).

In questo brevissimo contributo non ci si interesserà delle varie tesi degli esperti del diritto, ma ci si limiterà a considerare i principali indirizzi giurisprudenziali sul tema, prediligendo, quindi, un approccio più pratico alla questione.

In sostanza, la giurisprudenza è fortemente orientata nel ritenere che, anche in assenza di convenzioni patrimoniali (sempre possibili), nella famiglia di fatto non si debbano applicare le regole generali che costituiscono la disciplina della comunione dei beni, così come descritte negli artt. 177 e ss. c.c. (recentemente tra le tante, cfr. Cass. 30 dicembre 2013 n. 28718. in Banca Dati De Jure); quindi, in tale tipologia di unione i patrimoni dei due partners, di regola, non si confondono tra loro fino a divenire una unica entità.

Occorre, però, precisare che la giurisprudenza riconosce la natura liberale di singoli atti dispositivi compiuti dai conviventi a reciproco vantaggio, in ottemperanza a reciproci obblighi di collaborazione materiale e spirituale nella vita familiare.

Ciò a dire che se vero che i due patrimoni non si confondo tra loro, è pur vero che determinati acquisti, o singole operazioni patrimoniali si presumono effettuati in adempimento di obbligazioni naturali tra i due partner e, dunque non sono ripetibili alla cessazione della convivenza, salva, comunque, la prova contraria ex art. 2729 c.c.-

Sul punto occorre effettuare alcuni chiarimenti di ordine generale al fine di meglio comprendere la portata delle conseguenze pratiche di tali assunti, analizzando con maggiore attenzione tre aspetti chiave della vita dei conviventi: gli acquisti compiuti durante la convivenza, la costituzione di un conto corrente comune ai conviventi e, più in generale, gli arricchimenti che un convivente ha ricevuto da parte dell'altro nel corso della convivenza.

a) Gli acquisti di beni

Non di rado, durante la loro unione i conviventi effettuano degli acquisti di beni e servizi destinati alla vita comune (penso, per esempio all'acquisto di una autovettura o della caldaia per la casa famigliare o di oggetti per l'arredo, ecc.).

Di regola, i suddetti acquisti si presumono eseguiti in favore della famiglia di fatto e, dunque, i beni acquisiti si presumono comuni ad entrambi i conviventi (nella misura ideale del 50% ciascuno).

La presunzione in questione è considerata una presunzione semplice ex art. 2729 c.c., dunque, sarà sempre possibile vincerla con la prova contraria. Ciò a dire che la prova della appartenenza di un bene ad uno dei due (ex) conviventi, legittima il proprietario a chiederne la restituzione. La prova della proprietà esclusiva può essere data principalmente per via documentale; per esempio, se il bene è intestato ad uno solo dei proprietari, viene meno la presunzione della comunione dell'acquisto, salvo che il convivente non intestatario provi di avere effettuato dei pagamenti in favore del partner (sul punto, cfr. Tribunale Pisa 20 gennaio 1988, in Dir. Fam. Pers., 1988, I, pagg. 1039 e ss.).

b) la cointestazione del conto corrente

Altrettanto spesso, la convivenza more uxorio stimola le parti a costituire un conto corrente unico cointestato ad ambo i conviventi, al fine di agevolare il controllo delle entrate e delle uscite famigliari.

Di regola, le somme depositate dai conviventi sul conto corrente famigliare, a prescindere dalla loro provenienza e dal loro ammontare, entrano a fare parte del patrimonio comune della coppia.

Sul punto, la giurisprudenza ha ritenuto che le somme depositate sul conto cointestato non siano ripetibili da colui che ha effettuato il versamento, in quanto viene presunta la volontà di destinare tale somma alla famiglia in adempimento di una obbligazione naturale (cfr. Trib. Torino, 20 giugno 2002, in Banca dati De Jure).

Ciò a dire che, una volta separatisi, tali somme depositate sul conto dovranno essere divise tra i due separandi nella misura del 50% ciascuno, a prescindere dal fatto che tali importi fossero stati depositati sul conto da uno solo dei due conviventi.

Anche in questo caso la comproprietà delle somme si presume ex art. 2729 c.c., e tale presunzione può essere vinta dalla prova contraria. Tale prova, ad ogni modo, non è affatto agevole, dato che, secondo la giurisprudenza, non è sufficiente dimostrare la provenienza delle somme da parte di uno solo dei coniugi, ma occorre qualcosa di più: occorre provare l'assenza dello scopo liberale del conferimento e la volontà da parte del conferente di pretendere la restituzione delle somme fin dal momento del versamento (cfr. Trib. Bolzano 20 gennaio 2000, in Giur. Merito, 2000, pag. 818, dove le somme depositate sul conto comune provenivano esclusivamente dallo stipendio del compagno, mentre la compagna era casalinga ed il Giudice si è espresso per il riconoscimento della contitolarità delle somme nella misura ideale del 50% ciascuno).

c) L'arricchimento del partner

Da ultimo, e più in generale, è frequente che uno dei due conviventi si "avvantaggi" della più favorevole situazione economica del partner, e che riceva in concreto un aumento del proprio patrimonio.

Sul punto la giurisprudenza ritiene che gli incrementi patrimoniali conseguiti da uno dei due conviventi in ragione di elargizioni eseguite dall'altro non sono di regola rimborsabili alla cessazione della convivenza.

Questo perché, secondo la giurisprudenza, le obbligazioni nate tra i conviventi durante la loro unione sono obbligazioni naturali ex 2034 c.c., dunque obbligazioni che la legge prevede come irripetibili in quanto contratte in adempimento ad un dovere di solidarietà morale e materiale tra i conviventi (cfr. Corte d'App. di Firenze, 12 febbraio 1991, Dir. Fam. Pers 1992, pag. 633 e ss.; Cass, 3 febbraio 197, n. 389, in Foro it., 1975, I, col. 2231).

Ciò a dire che molti dei pagamenti effettuati da un partner in favore dell'altro non potranno essere ripetuti, salvo che colui che ne chiede la restituzione provi l'assenza di un intento liberale nel compiere quello specifico atto e la volontà di pretenderne la restituzione fin dal principio.

In conclusione

In sostanza, se è vero che la convivenza more uxorio, di per sè non genera un vincolo patrimoniale così forte come il rapporto di coniugio, è altrettanto vero che molte delle operazioni patrimoniali svolte dai conviventi nell'ambito della unione di fatto si presumono di interesse comune.

Dunque, può risultare molto difficile chiedere la restituzione di somme o beni conferiti al partner nel corso della convivenza more uxorio a seguito della rottura del rapporto.

Si consiglia, dunque, la massima prudenza nel costituire e gestire una convivenza more uxorio, in quanto, contrariamente al comune sentire, l'assenza di un matrimonio non garantisce appieno la totale separazione dei patrimoni dei conviventi.

avv. Giuseppe Paolo Raimondi





Fonti:



AA.VV. La separazione nella famiglia di fatto, II ed. in Biblioteca del diritto di famiglia (a cura di) B. De Filippis, 2014, CEDAM, Milano;

G. Oberto, I diritti dei conviventi, 2012, CEDM, Milano;

AA. VV., Codice di famiglia, minori e soggetti deboli, 2014, UTET, Torino;

A. Mascia, Famiglia di fatto riconoscimento e tutela, 2006, Halley, Milano.

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